Lo Sportello per l’Arte Contemporanea in Sicilia
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Vi è un senso di dérive nel lavoro di Rosa Barba. É un andare alla deriva nei più piccoli interstizi e pieghe che costellano il suo racconto: una serie di movimenti laterali e di digressioni che costruiscono spazi che sembrano senza tempo e praticamente invisibili.
Il lavoro di Barba si articola in film, suono e testo. É quasi come se il film - lo strumento preferito dell'artista - fosse smembrato nelle sue vere e proprie componenti, quali le parole, le colonne sonore, le immagini e la luce pura . A volte è solo uno di questi ingredienti che viene catturato sulla pellicola, come accade in una serie di film in cui l'artista usa solo i sottotitoli di un film o le battute di un copione, in Machine vision Seekers per esempio, oppure in It's gonna happen, creando una specie di cinema senza immagini. Altre volte i suoni e le immagini stanno insieme, evocando storie ed atmosfere suggestive. Ma anche quando tessuti insieme, gli elementi strutturali del cinema mantengono sempre un'esistenza individuale nel lavoro di Rosa Barba, diventando essi stessi quasi dei personaggi, recitando come delle strane presenze in un quadro surreale. I suoi film sono balletti meccanici nei quali la narrazione si snoda attraverso fratture e rotture, sottolineando il dialogo tra eventi reali e conseguenze immaginarie. Spesso, i protagonisti dei suoi film sono architetture remote quali case abbandonate (Pirate Spaces) o hangar futuristici, che scompaiono sotto un certo tipo di illuminazione (Parachutable). É come se la location stessa divenisse il reale protagonista del film: posti isolati come i villaggi situati alle pendici del Vesuvio (Split Fields), o misteriosi come un'isola che inesplicabilmente si allontana di un metro all'anno (Outwardly from Earth's Center), assumono quasi una dimensione mitica quando scrutate dall'obiettivo di Rosa Barba. Sempre su pellicola, il lavoro di Barba cattura l'istante che precede un'azione decisiva, prima di una imminente - ed ancora non detto - collasso, lasciando lo spettatore con un senso di incompletezza, o con un vuoto che deve essere riempito dalla fantasia di ciascuno. Vi è sempre un senso di minaccia sospesa, di qualcosa che sta per accadere ma non riesce a raggiungere il culmine nel film stesso, lasciando allo spettatore il ruolo di un complice che completa il racconto. Questo è il motivo per cui i lavori di Barba spesso evocano una vertigine, un trasfert dove elementi familiari sono giustapposti per creare analogie sorprendenti ed assurde connessioni. Il corto Western Round Table (2007), per esempio, raffigura un luogo abbandonato nel deserto del Mojave negli Stati Uniti occidentali. Una reliquia degli anni Quaranta, quando l'esercito americano usava questo posto per i test dei bombardamenti e per le simulazioni militari; questo campo militare resta abbandonato nel mezzo del deserto come l'esoscheletro di qualche animale preistorico, abbandonato per molti anni, ricoperto dai graffiti e praticamente divorato dalla sabbia e dall'erosione. Barba congela questo edificio in un momento di sospensione, di una "a-temporalità", che è sottolineata dalla musica - il suono di un organo rotto- composta da Jan St. Werner. Le note prolungano l'agonia della reliquia, mentre allo stesso tempo enfatizzano il suo essere sospeso tra la costruzione e la distruzione, tra immobilità ed una potenziale esplosione. Sempre il deserto del Mojave è il set del suo nuovo film in 35mm dal titolo They twinkle, they blink, they wink and move (2007). Migliaia di enormi pannelli solari punteggiano la vastità del deserto americano, come parte di un programma di sviluppo di questa zona desertica. I pannelli - luccicanti, macchinari con specchi che cambiano lentamente posizione a seconda dello spostamento del sole- si ergono nel deserto come un muro dietro il quale un altro mondo si svela, come è immaginato dalla fantasia degli abitanti. Il film intreccia scene del movimento dei pannelli solari - una sorta di lenta danza oppure un'elegante coreografia- con voci di persone appartenenti alla comunità locale che esprimono i loro pensieri riguardo al futuro e parlano delle immagini evocate da questi strani macchinari. "Scintillano, lampeggiano, ammiccano e si muovono", dice uno. "Stanno costruendo una enorme città dietro di loro, con strade, dormitori, depositi", continua un ragazzo. "Utilizza la luce del sole, il calore proveniente dalla terra ed il potere del vento per mantenere un mantello invisibile", conclude un altro. Le storie di Barba sembrano quasi dare vita ad alcune della Città Invisibili di Italo Calvino. Così come nel capolavoro di letteratura utopica di Calvino, i protagonisti dei lavori di Barba - si tratti di città , paesaggi o persone - appaiono sempre sul punto di sparire, nascosti da tecnologie futuristiche o avvolti da un turbinio di archeologiche memorie.Vi è una sensibilità sci-fi nell'approccio di Barba al cinema che porta ad una strana distorsione, come se la realtà avesse sempre un significato nascosto, un lato parallelo segreto, in cui il documentario e la finzione potrebbero perfettamente sovrapporsi. Qualche cosa di simile accade nei film di Barba con la temporalià, che sembra indecisa tra passato e futuro, come se l'artista ci accompagnasse su di una specie di macchina del tempo.
E' una dimensione, questa del tempo, di grande importanza nel lavoro di Barba. É una temporalità alterata, che sovverte lo sviluppo del tempo lineare e diacronico, preferendone uno sospeso, ma anche dinamico, un momento intrappolato tra il linguaggio della storia ed il miraggio del futuro, tra decadenza ed evoluzione. I suoi film aprono uno spazio, o meglio, una fetta di tempo abitata da voci, immagini e testi che procedono per interruzioni e pause. Hanno luogo in un momento congelato mentre la potenza si trasforma in atto, nonostante Barba non ci conduca mai oltre il punto di irreversibilità. É quasi un movimento entropico che conduce la sua macchina da presa: filma gli oggetti e le persone che stanno sul punto di scomparire o diventare invisibili. Ingoiati nelle innumerevoli pieghe e rughe della storia.
Cecilia Alemani |