Filippo Leonardi



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Molto spesso il lavoro trae spunto dal contesto nel quale si sviluppa ed è fondamentale che esso si relazioni con la storia dei luoghi, con la gente, con lo spazio circostante. Questo modo di procedere offre la possibilità di trovare ogni volta soluzioni differenti attraverso l'utilizzo dei mezzi più disparati, che possono essere oggetti, piante, animali o persone. Negli ultimi anni, un aspetto importante del lavoro è rappresentato dalla sua precarietà e dalla possibilità che esso si trasformi col passare del tempo; a volte questa trasformazione è dovuta a un'energia interiore, altre volte all'azione di agenti esterni, altre ancora è semplicemente evocata da equilibri molto precari.

 Filippo Leonardi

Collaborazioni Orizzontali 2006

Somalia, scene di guerra dal corno d'Africa. Immagini in bianco e nero, rubate nel caos da una camera a mano: occhio spalancato sulla folla a documentare l'indicibile.

Una ragazza somala scende da una camionetta di militari ONU; un soldato le apre la portiera, le poggia la mano sul braccio e la lascia lì, per strada, in mezzo alla sua gente. La jeap riparte, la donna resta sola. Inizia il massacro. Dura pochi minuti il dramma, giusto il tempo di mettere in scena un rito brutale di umiliazione, punizione, purificazione. Il tempo di consumare l'odio verso chi ha tradito. E intanto la telecamera, traballante e feroce, ingoia tutto l'orrore di un mondo "invérifiable", distorto, negato, restituito su uno schermo. La ragazza viene assalita da decine di uomini, trascinata via, strattonata, spogliata, picchiata. Il corpo riluce nella mischia e si dimena invano, gridando tutta la sua verità di bellezza, sofferenza, nudità. I militari intanto restano a guardare, da lontano, senza muovere un dito.

La giovane somala è una collaboratrice orizzontale. Una che è stata a letto col nemico e che merita, quindi, la pubblica offesa.

 

 

È da questo frammento cinematografico - riportato nel documentario di Brigitte Cornand, Guy Debord, son art e son temp - che comincia il viaggio di Filippo Leonardi, alla ricerca di una verità impossibile sul corpo negato, venduto, mercificato, nello sfavillante circo mediatico della civiltà contemporanea.

Il termine "collaborazioni orizzontali", mutuato dal gergo economico-imprenditoriale, è stato applicato anche in ambito bellico a partire dalla II Guerra Mondiale. Le donne che si danno al nemico in situazioni di occupazione, schiavitù o repressione militare, diventano doppiamente vittime: del nemico stesso, che le compra, e della popolazione d'appartenenza, che le ripudia. Il fenomeno è assimilabile dunque a una forma di prostituzione/sottomissione nei confronti del Potere. Per salvarsi la pelle le "collaboratrici" vendono allo straniero la propria sessualità (o magari semplicemente qualche informazione), subendo poi da parte della collettività una nuova mortificazione fisica, una "punizione sessuata" come la definisce Fabrice Virgili nel suo importante studio La France virile.

 

Fin qui il racconto di una suggestione, di un incidente visivo. Un brandello di realtà pescato nel mare magnum di immagini in movimento che documentano il nostro tempo.

Poi, un volo pindarico fino alle opere di Leonardi. Opere che, a loro volta, si addentrano tra i più intimi recessi dell'esistenza umana. Il sesso, il corpo, il desiderio, la violenza... letti attraverso la loro relazione col sociale; e poi il limite sottile che mescola e insieme scinde l'eros e il porno, la seduzione e l'osceno, il potere e la potenza, la realtà e il simulacro.

 

Quattro oggetti misteriosi, quattro piccole provocazioni ludiche, eccessive, simboliche, concretissime, costruiscono il corpus del progetto espositivo. Parole d'ordine? Ambiguità, camouflage, straniamento.

Vogue non Vogue è una piramide di due metri per due circa. I mattoni non sono altro che delle classiche custodie per VHS, tenute chiuse da elastici robusti. Dentro non c'è nulla, però. L'azione si svolge tutta in superficie. Rivestiti con frammenti di riviste fashion, i contenitori ostentano frammenti di un puzzle patinato, costellazione di femmine seducenti, bellissime, offerte al desiderio di plastica del popolo dei media. Mimetizzati, sbucano qua e là ritagli di riviste porno: altre donne, stavolta in pose oscene, protese oltre l'erotismo e tuttavia appena rintracciabili nell'indistinto tripudio di pelle e carne che ricopre questa curiosa piramide del potere, struttura gerarchica travestita da democratica rete di "collaborazioni orizzontali".

E dalla moda alla religione, con un altro provocatorio assemblaggio. Sticked gum fa il verso a un gesto infantile, una piccola infrazione silenziosa. La gomma da masticare appiccicata di nascosto sotto il banco di scuola è evocata nel titolo e subito trascinata in tutt'altro contesto. Due vecchi inginocchiatoi lignei, posti uno di fronte all'altro come a specchiarsi, appaiono innocui, spogli, tristi, piombati dal sacro al profano senza un perchè. Poi, avvicinandosi, si scorge il dettaglio scabroso: attaccato sotto al piano, in un angolo, c'è un piccolo tetraedo colorato coperto di immagini pornografiche. Anche qui la dissimulazione rende il gioco inquietante, mentre il pensiero corre a realtà scottanti e ipocritamente tollerate, dalla pedofilia ampiamente diffusa in ambiente clericale, al controllo della sessualità esercitato dalla Chiesa, fino ai rigidi meccanismi di potere propri della macchina ecclesiastica.

Flop è una di quelle pedane che si usano per il carico/scarico merci, anche in questo caso travestita a dovere. Il tessuto leopardato che la ricopre - tipico dei set hard, poi ampiamente sdoganato sulle passerelle fashion - sottrae l'oggetto alla propria natura, trasformandolo in un kitschissimo elemento d'arredo. A rendere ancora più bizzarra l'ibrida scultura sono i massicci ganci da cantiere navale, dall'aspetto vagamente fallico, poggiativi sopra come elementi decorativi. Il quotidiano, nella sua chiave più schietta, prosaica, umile, si rovescia qui nel suo contrario, dando vita a una barocca celebrazione della volgarità ammiccante che - dal ricatto sessuale alla corruzione - svilisce una società fondata sul lavoro.

E poi il gioco, altra sfera simbolica a cui sferrare un attacco pungente. Il Trenino, il più classico dei balocchi, trasporta sopra leggerissime superfici di plexiglass un pesante carico di bulloni raccolti dentro involucri di carta da giornale (come si usava un tempo nei negozi di ferramenta). Trattasi di pagine di giornaletti porno, e anche in questo caso il mix tra merce-gioco-erotismo provoca un inaspettato cortocircuito.

 

I giocattoli ambigui e leggeri di Filippo Leonardi suggeriscono traiettorie possibili di perversione. Messi lì per "disturbare" sottovoce, raccontano di un corpo-merce, un corpo-punta di coltello che smussa angoli e contorni, un corpo opaco che ha dimenticato il limite. Corpi come segni proliferanti sempre più prossimi, sempre più de-nudati, sempre più impuri. Esposti, messi in mostra, prostituiti, osceni, si infiltrano in tutti i livelli del tessuto sociale.

Ed eccola allora la condizione umana di questa postmodernità giunta fino alle sue ultime propaggini: tutti complici di un sistema iperreale e ipercomunicativo che vende a buon mercato anime e corpi, gesti ed emozioni; tutti collaboratori orizzontali di un organismo complesso che propina falsi desideri per alimentare all'infinito la catena produttiva. Una semiurgia esasperata riduce il corpo nudo all'oggetto di un baratto spettacolare, meccanismo misero in cui i pezzi si equivalgono in quanto merce di scambio.

Il successo, la bellezza, il denaro, il possesso, la libertà sessuale, l'ubiquità virtuale, la velocità convulsa: si regalano illusioni di progressiva perfettibilità in cambio di esistenze "a una dimensione". La pornografia, esplosa sulla superficie mediatica del mondo, non risparmia i sentimenti e non assolve la carne. E così la pruderie di certo voyeurismo pseudoerotico che in fondo gioca allo stesso perverso gioco, nel suo vedo-non vedo che è già pornografico nell'intenzione.

Moda, tv, entertainment, pubblicità, economia, virtual game, nuove forme di comunicazione, lavoro, politica, religione. I codici, i modelli, le dinamiche di potere si fondono e si confondono in un collasso globalizzato delle identità, rintracciando nella sessualità pervasiva e omologante proposta dai media un ingrediente strategico.

 

Torna, in mezzo a questa sfilata di corpi gaudenti, gonfiati, sovra-esposti, talmente vicini e simulati da tradire ogni verità della presenza... torna, in questo carnevalesco ordigno anti-seduttivo, l'immagine di una giovane donna nuda, la sua bellezza offesa e luminosa. Torna così com'è arrivata, per caso, catapultata in uno scenario che non le appartiene, se non da lontano, se non simbolicamente.

La donna somala si è fatta complice del potere nemico. Ha perso la propria identità (sessuale e sociale) in cambio della vita, soccombendo infine al potere punitivo comunitario. E' com-plice, nel senso etimologico del termine: si insinua tra le pieghe di un sistema estraneo per diventarne, suo malgrado, un ingranaggio.

 

La mente va a Guy Debord, e alla sua battaglia infuocata contro quella pornografica società dello spettacolo che da decenni annichilisce sogni e desideri di un'umanità piegata al diktat dell'apparenza. E il cerchio qui si chiude, ancora una volta quasi per caso.

 

Helga Marsala

 




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